
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
(Purg. XXX 28-33)
Il canto di Beatrice
Nel paradiso terrestre, in mezzo ad una foresta di prati, fiori ed alberi, Dante assiste ad una processione mistica dal forte valore allegorico, i cui protagonisti sono gli elementi fondamentali della dottrina cristiana (ad esempio, i ventiquattro libri della Bibbia, i quattro Vangeli, Cristo, la Chiesa). Tale maestosa processione, ispirata alle pompe trionfali romane, si arresta proprio di fronte a Dante, ciò che prepara all’apparizione di Beatrice, figura della Teologia. La solennità del momento emerge dalla ricercatezza stilistica delle terzine d’apertura, ricche di riferimenti astronomici e di acclamazioni di giubilo, pronunciate in latino. Finalmente, avvolta in una nuvola floreale e cinta dall’ulivo della pace, compare una donna, che indossa un velo bianco, un mantello verde e una veste color rosso vivo (i colori delle tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità). Dante, pur non riuscendo a identificare quella figura, percepisce il risveglio dell’antica fiamma d’amore «per occulta virtù che da lei mosse» (v. 38). Sono versi di importanza capitale, in quanto segnano il compiersi del desiderio dantesco di ricongiungersi a Beatrice. Alla tensione emotiva si aggiunge presto il dolore provocato dalla scomparsa di Virgilio: «ma Virgilio n’avea lasciati scemi/di sé, Virgilio dolcissimo patre,/Virgilio a cui per mia salute die’mi» (vv. 49-51). Il poeta non riesce a trattenere le lacrime e per questo viene aspramente rimproverato da Beatrice: «perché Virgilio se ne vada … non piangere ancora;/ché pianger ti conven per altra spada» (vv. 55-57). Insomma, Dante dovrà subire sofferenze ancora più lancinanti, come ad esempio la vergogna provocata dalle dure parole di Beatrice, la quale accusa il poeta di aver intrapreso troppo tardi il cammino verso la salvezza, dopo anni trascorsi nel peccato (vv. 73-75)[1]. La severità della donna non appare ingiustificata: Dante ha commesso una grave colpa, e adesso deve scontare un duro rimprovero prima di poter dialogare in armonia con la donna amata. Ma quali sono state le colpe del poeta? In sostanza, l’aver tradito la giovanile devozione alla Fede religiosa per inseguire beni ingannevoli e fallaci. A séguito della morte di Beatrice, infatti, Dante «volse i passi suoi per via non vera,/imagini di ben seguendo false,/che nulla promession rendono intera» (vv. 130-132). Dante, insomma, si era convinto di poter trovare la verità all’interno di dottrine filosofiche totalmente estranee alla Teologia cristiana. A poco erano valse le visioni mandate da Beatrice: egli era caduto così in basso che l’unico modo per salvarlo era quello di mostrargli i tormenti dei dannati. Così, il viaggio ultramondano si configura come necessità inderogabile per la salvezza di Dante, che adesso deve pentirsi e piangere: soltanto in questo modo gli sarà concesso il perdono di Dio e l’ascesa in Paradiso.
Le false immagini di bene

L’interesse di Dante verso la filosofia deve farsi risalire al periodo universitario. La passione fu tale da spingere il poeta a coltivare questo tipo di studi anche negli anni successivi. Lesse autonomamente i testi di Boezio e di Cicerone, ma «scoprì che faceva fatica e decise di impratichirsi nei fondamenti della filosofia, iniziando nelle scuole dei conventi fiorentini un percorso che lo avrebbe condotto alla scoperta del “mio maestro Aristotile” e della sua Etica – forse il libro che Dante cita più spesso e con maggior reverenza» (Barbero 2020, 92). Dalla filosofia, Dante trasse non solo l’amore per la verità, ritenuta il bene più grande, da ricercarsi ad ogni costo, ma anche la distinzione tra sostanza e accidente. In base a tale dottrina, egli si convinse che «Amore non è sì come sustanzia, ma è uno accidente in sustanzia» (VN XXV 1). L’amore, insomma, non fa parte della natura delle cose, ma è una modifica da essa subita. Veniva così tracciata la strada per il superamento della concezione stilnovistica dell’amore. Il processo appare completato nel Convivio, opera scritta nei primi anni d’esilio, probabilmente tra il 1304 e il 1307 (ad ogni modo, prima della stesura della Commedia). Nel Trattato introduttivo, Dante reinterpreta in chiave allegorica la figura della donna gentile (di cui aveva parlato nella Vita Nova) e dichiara che essa non è altro che il simbolo della filosofia. Dio e la salvezza non si possono più raggiungere mediante la beatitudine prodotta dal sentimento d’amore, ma solo attraverso la filosofia e la ragione. La conoscenza diviene strumento di salvezza, a tal punto che Dante scrive: «dico e affermo che la donna di cui io innamorai appresso lo primo amore fu la bellissima e onestissima figlia de lo imperatore de lo universo, a la quale Pitagora pose nome Filosofia» (Conv. XV 12). L’amore che spira dalle pagine del Convivio non è più rivolto ad una donna, bensì è connotato come amore per il sapere filosofico. Alla luce di tali considerazioni, si comprendono bene le ragioni dell’ira di Beatrice, tradita da Dante proprio quando, da morta, avrebbe dovuto essere oggetto di maggiore venerazione. Nel canto XXX del Purgatorio, la prospettiva del Convivio viene definitivamente rovesciata: la vergogna e la contrizione del poeta sanciscono il recupero della prospettiva religiosa e il primato della Teologia sulla filosofia. Beatrice, che già sulla Terra aveva indirizzato Dante al Bene supremo, adesso può portare a compimento la missione insita nel proprio nome, ovvero quella di condurre Dante alla beatitudine della visione di Dio.
[1] «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice./Come degnasti d’accedere al monte?/non sapei tu che qui è l’uom felice?». L’interpretazione più probabile scorge un velo d’ironia nelle parole di Beatrice, la quale affermerebbe: ‘Guardami bene! Io sono Beatrice. Finalmente ti sei degnato di percorrere la via della penitenza! Non sapevi che in questo luogo l’uomo è felice?’. Tuttavia, alcuni studiosi interpretano il verbo ‘degnarsi’ nel senso di ‘potere, essere capace’.