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Status sociale e ricchezza degli Alighieri

Tal fatto è fiorentino e cambia e merca,

che si sarebbe vòlto a Simifonti,

là dove andava l’avolo a la cerca (Par. XVI 61-63)

 

Firenze antica e moderna

Dante tra gli usurai infernali. Miniatura tratta dalla “Divina Commedia di Alfonso d’Aragona” (XV secolo).

Nel corso dei canti XV-XVI del Paradiso, più volte Dante mette in bocca a Cacciaguida l’elogio della Firenze dei tempi andati. L’idealizzazione del passato è un atteggiamento molto comune, soprattutto quando la mente umana ha bisogno di allontanare i problemi assillanti della quotidianità. Nelle parole dell’antenato, la Firenze di fine millecento non era dilaniata da lotte intestine, ma viveva in pace ed era sobria e onesta nei costumi. Le donne non erano abbigliate di vistosi monili, gli uomini più influenti possedevano abiti modesti («Bellincion Berti vid’io andar cinto/di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio/la donna sua sanza ‘l viso dipinto», Par. XV 112-114). Insomma, tutto il contrario di quanto avviene all’epoca di Dante! Tra le cause del declino morale della città, Cacciaguida addita l’immigrazione di gente dal contado («sempre la confusion de le persone/principio fu del mal de la cittade», Par. XVI 67s.). Gente che spesso fu costretta a spostarsi a séguito delle distruzioni delle proprietà feudali: così, se Firenze non avesse abbattuto il castello di Semifonte dei nobili Alberti, gli abitanti che vi lavoravano non si sarebbero trasferiti in città (dove avrebbero esercitato l’usura) ma in campagna avrebbero continuato il mestiere dei padri, ovvero quello di venditori ambulanti (è questo il senso dei vv. 61-63 sopra citati). Cacciaguida fa capire che i fiorentini di fine Duecento sono ormai usurai di professione. Nella Commedia, tale fama era stata confermata da un esponente della nobile casata degli Scrovegni, incontrato nel terzo girone del settimo cerchio infernale: «con questi Fiorentin son padoano» (Inf. XVII 70) aveva detto questo personaggio, come a dire ‘io sono l’eccezione qui dentro, dal momento che tutti gli usurai sono fiorentini!’. L’incontro con gli usurai è molto particolare perché essi rimangono anonimi («non ne conobbi alcun», Inf. XVII 54) e vengono identificati collettivamente attraverso lo stemma nobiliare che pende dal loro collo. La scelta è intenzionale, dal momento che non appare plausibile che Dante non fosse in grado di riconoscerne neanche uno. Secondo alcuni studiosi, il motivo di tale renitenza è da ricercarsi non nell’intento della condanna del peccato, ma nel rapporto del poeta con gli usurai.

Alighieri famiglia d’usurai

La domanda che ne consegue è del tutto lecita: forse che la famiglia di Dante esercitava quell’attività? La risposta è affermativa: attività creditizie sono attestate sin dall’epoca del nonno Bellincione, che spesso operava assieme ai sei figli maschi (tra i quali Alighiero, padre di Dante). Proprio Alighiero nel 1246 prestò denaro a tre persone diverse a fortissimi tassi d’interesse (fino al 25% annuo). Poco tempo dopo, uno zio di Dante prestò 3 lire e 40 soldi, che in sei mesi gli resero ben 10 soldi di interesse (il tasso, in questo caso, era del 28,5% su base annua). Da quanto detto, si può affermare che tecnicamente la famiglia del poeta si dedicava al prestito ad usura: i contratti parlano chiaramente di denaro concesso “mutuo” con interesse previsto “nomine lucri” (cioè, a titolo di guadagno). Tali attività procurarono un certo benessere economico agli Alighieri che, pur non essendo d’antica nobiltà, erano tuttavia rispettabili a Firenze in quanto esponenti arricchiti di quel populus ormai saldamente al potere. Dante, insomma, prima dell’esilio era ricco, viveva di rendita e possedeva poderi a Firenze e nel suo contado.

Dante e la consapevolezza della contraddizione

veduta di Firenze nel XII secolo.

All’epoca di Dante, l’attività usuraia incontrava la condanna teorica di teologi e giuristi, dal momento che non era lecito speculare su un dono di Dio quale era il tempo. D’altra parte, però, la linfa vitale della società comunale duecentesca era rappresentata proprio dalla nuova classe di banchieri e cambiatori: i banchieri italiani erano presenti in quasi tutte le corti europee, e anche lo stato pontificio possedeva le proprie banche di fiducia (ovviamente fiorentine!). L’usura era praticata perfino dagli stessi clerici, a tal punto che i monaci si trovavano a prestare denaro proprio come normali istituti bancari. Di fronte ad una situazione del genere, è facile comprendere come la posizione teorica della Chiesa avesse poche ricadute nella concreta vita sociale. Se a praticare il prestito ad interesse era un aristocratico, allora egli diveniva un uomo rispettabile che faceva circolare denaro e contribuiva allo sviluppo economico. Se, al contrario, tale attività era esercitata su piccola scala da individui immigrati da poco e padroni solo di una piccola bottega (un po’ alla Ebenezer Scrooge), allora questi erano certamente ignobili usurai. È verosimile immaginare che il clan Alighieri rientrasse nel primo caso e che Dante non potesse disprezzare questa categoria di persone che gli procurava benessere e agiatezza. Il poeta è consapevole dell’ambiguità della coesistenza delle due alternative (condanna e accettazione del fenomeno), e la risolve nel modo seguente. Da un lato, gli usurai infernali sono mantenuti anonimi per il loro contributo collettivo all’economia cittadina. Dall’altro lato, la loro collocazione nell’Inferno suggerisce la condanna dantesca verso l’uso che viene fatto dei guadagni dell’usura. Conseguentemente viene incoraggiata l’adozione della virtù cristiana della caritas.

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